Si
è svolto il 9 giugno presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica, all’Unical,
l’incontro sulle Terre comuni in Calabria, organizzato da un gruppo di cittadini
che hanno dato vita all’omonimo Comitato. All’incontro hanno partecipato amministratori,
esponenti di associazioni, giuristi, accademici (a breve verranno pubblicati i file video degli interventi).
Il
tema del convegno è stato dettato dall’urgenza di rispondere in Calabria alla
dissennata decisione governativa di fare cassa svendendo il patrimonio pubblico,
comprese le terre demaniali di Comuni e Regioni.
Va
da sé che il convegno calabrese s’inquadra in un contesto nazionale di difesa
di quel che sopravvive dell’enorme proprietà collettiva, che caratterizzava il
modo di produrre delle città rurali fino agli anni ’50 del secolo scorso.
I
lavori del convegno sono partiti dalla ricostruzione storica degli usi civici
in Calabria e dalla successiva
definizione dalla legge del 1927 che prevedeva il censimento delle terre soggette, appunto, all’uso non proprietario delle terre coltivabili, a pascolo e dei boschi. Da quella lontana legge ad oggi, è andata avanti una pratica illegale di erosione del patrimonio comune, di privatizzazione e cementificazione dei suoli, spesso con la complicità inconsapevole degli stessi amministratori locali.
definizione dalla legge del 1927 che prevedeva il censimento delle terre soggette, appunto, all’uso non proprietario delle terre coltivabili, a pascolo e dei boschi. Da quella lontana legge ad oggi, è andata avanti una pratica illegale di erosione del patrimonio comune, di privatizzazione e cementificazione dei suoli, spesso con la complicità inconsapevole degli stessi amministratori locali.
Questa
mercificazione della terra si è accompagnata al venir meno di ogni sovranità
alimentare ed energetica delle citta rurali calabresi, in specie quelle
dell’osso. La conseguenza è stata la rottura del rapporto città campagna e
quindi una profonda trasformazione dell’agricoltura tanto per l’aspetto
economico che per quello sociale. Con la distruzione di relazioni umane che avevano
garantito per secoli l’autonomia delle città rurali e la loro orgogliosa
persistenza. In Calabria, questo processo di appropriazione e mercificazione
delle terre comuni, ha comportato uno stravolgimento ancora più profondo del
tessuto urbano, proprio perché nella nostra regione i così detti usi civici
hanno un fondamento antico. Infatti, essi non sono stati inventati da un
qualche diritto codificato o disposizione legislativa, ma sono nati già nel
medioevo, come istituzionalizzazione dell’uso e della gestione dei territori
attorno alla città, i contadi, da parte delle “Universitas”, che sono appunto
comunità che hanno, per così dire, come ragione sociale la buona vita dei suoi
membri. Fra l’altro, quasi sempre, dalle Universitas hanno origine i Comuni
calabresi.
Sicché
gli usi civici in Calabria andrebbero riguardati come ciò che è sopravvissuto all’opera
di modernizzazione dello stato nazionale che ha sostituito il diritto
proprietario della terra al suo uso, la legge alla regola, marginalizzando
forme di vita inventate collettivamente dalle moltitudini.
L’ulteriore approfondimento di queste tematiche non può essere
scisso dalla mobilitazione urgente contro la svendita che progetta il governo;
ed una delle indicazioni finali del convegno è proprio quella di organizzare in
tutta Italia una rete di resistenza alla privatizzazione del demanio agricolo,
rete che potrebbe formarsi promuovendo ad esempio quel referendum proposto da
Lucarelli.
Gli
usi civici non sono oggi una sorta di romantica difesa di un passato contadino.
Essi hanno una straordinaria attualità. Non è un caso, infatti, che chi oggi pone
il tema dei beni comuni fa riferimento proprio agli usi civici come esempio
concreto di questa pratica. Sono poi le pratiche, che proprio nella crisi, si
vanno sempre diffondendo tanto in Italia che in Europa e in tutto l’Occidente.
Infatti,
di fronte alla “crisi del sistema che mette in causa le variabili strutturali
della crescita economica globale in quanto fattore di produzione di ricchezza”
e la “crisi degli equilibri ambientali entro i quali si sono alimentati in
sequenza storica la narrazione del progresso e di sviluppo fondate entrambe
sulla crescita economica illimitata e la tecno scienza” non c’è che da
ritrovare il rapporto con il territorio.
Allora
oggi Terre comuni in Calabria riguarda non solo le terre demaniali ma significa
la ‘riappropriazione’ del territorio da parte delle comunità che le abitano che
ormai in niente incidono nelle decisioni prese da chi lo considera una sorta di
spazio geometrico, funzionale unicamente all’estrazione di profitto piegando a
esso la vita, la quotidianità, le necessità, i saperi e le passioni, degli
individui e delle comunità.
Così
il convegno ha dato voce alle associazioni, di tutta la regione, protagoniste
di esperienze di lotte, talvolta di resistenza, tal’altra di costruzione di
esperienze nuove di rapporto con il territorio.
Con
la loro presenza e i loro interventi sindaci e amministratori locali hanno
espresso il disagio di fronte alla funzione burocratica alla quale sono ridotti
dall’autorità governativa. Di fronte alle scelte del governo gli amministratori
locali possono rassegnarsi alla degradazione del loro ruolo o insieme alle
comunità sperimentare nuove forme di partecipazione e democrazia come
condizione necessaria di un rapporto diverso con i luoghi e le comunità. Da qui
l’esigenza, emersa nel corso dell’incontro, di costruire, attraverso forme di
democrazia diretta, uno Statuto dei luoghi che stabilisca una serie di principi
comuni, condivisi fra le associazioni, gli abitanti e i sindaci disponibili, al
fine di valorizzare e tutelare il patrimonio comune.
In chiusura di queste note sentiamo la
necessità di ricordare Mario Alcaro, in duello con la morte proprio mentre si
svolgevano i lavori del convegno. Al di là dei suoi meriti di studioso, qui,
importa a noi sottolineare la sua opera di meridionalista pieno d’amore per la
sua regione, che ha avuto la massima espressione nella redazione e direzione
per oltre un quinquennio di Ora locale, la rivista che ha introdotto in
Calabria il pensiero politico meridiano.
Per info e adesioni: terrecomunicalabria@gmail.com
; terrecomuni.blogspot.it
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